Parlare della famiglia oggi può sembrare un'utopia o forse un'ingenuità. Ci ritroviamo, infatti, costantemente confrontati coi mille mali che affliggono l'istituto familiare, mettendolo in crisi: separazioni, divorzi, aborti, tentativi di sostituire nuove forme di convivenza alla famiglia intesa come unione d'amore di un uomo e di una donna.

Mi sembra di ritrovarmi davanti a quella, che vorrei definire: la notte della famiglia, una notte collettiva, una grande sofferenza che tocca i vari componenti della famiglia: coniugi, figli, anziani, ecc. producendo solitudine, sfiducia, mancanza di prospettive a causa del vuoto di amore, che distrugge intere famiglie, portando i più giovani a ritardare enormemente i tempi di una scelta di vita e a rinunziare al matrimonio.

Se voglio parlarvi della famiglia come donna e come religiosa, non posso, però, non affermare, nonostante tutto, il valore incommensurabile della famiglia come cuore pulsante della società e cellula viva della Chiesa. Chiediamoci insieme che cos'è la famiglia nel pensiero di Dio e non già in quello dei sociologi, psicologi, politici o moralisti.

Per comprendere il senso e l'origine della realtà della famiglia, dobbiamo rifarci al mistero stesso di Dio: Uno e Trino.

Guardiamo per un attimo alla Trinità, in essa il Padre e il Figlio sono uno in un abbraccio eterno, relazione ineffabile, che è una Persona: lo Spirito Santo. L'Amante, l'Amato e l'Amore, ecco la Trinità.

Noi siamo abituati a considerare l'amore come un nostro sentimento, un nostro modo di porci o di reagire, non come una Persona diversa da noi, alla cui scuola dobbiamo imparare l'arte di amare e di relazionarci fra noi. Oh, se i coniugi imparassero dall'Amore stesso, che è lo Spirito Santo, l'"arte di amarsi"!

Giovanni Paolo II afferma che

"Il «Noi» divino (la Trinità) costituisce il modello eterno del «noi» umano, di quel «noi» innanzitutto, che è formato dall'uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza divina".[1]

Potremmo dire che quando Dio ha creato l'uomo ha creato una "comunione di persone", l'uomo è uomo-donna, immagine di Dio. Come, nella Trinità, il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre e tale relazione è l'Amore stesso: lo Spirito Santo, così, analogicamente, l'uomo e la donna sono chiamati ad essere uno e ad amarsi non solo col loro amore umano solamente, ma guidati da Dio, cioè dall'Amore stesso, dall'Amore in persona che, essendo altro dal loro personale modo di amare, li può condurre a esprimere l'amore reciproco in modi sempre nuovi, a seconda delle varie stagioni e della varie prove della vita.

Molte coppie, molte famiglie attraversano crisi fortissime perché si legano a determinate forme dell'amore e perdono l'amore vero, che è multiforme.

Il peccato originale ha spezzato la concordia della prima coppia umana e Adamo ed Eva si sono ritrovati soggetti alla fatica e al dolore.

Quando Dio ha voluto intraprendere la grande opera della redenzione per fare una nuova creazione, è ancora da un famiglia che ha ricominciato: a Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe rappresentano la dolce immagine della Trinità sulla terra, ma anche per la famiglia di Nazareth è giunta la sua notte: sul Calvario, la Santa Famiglia, primo germe della Chiesa, sembra spaccarsi; Giuseppe è già morto, Gesù muore in croce, resta Maria quale madre degli apostoli e di tutti noi; sembra che la famiglia di Nazareth si apra per allargarsi alla grande famiglia dei figli di Dio, alla grande famiglia umana, resa ormai partecipe dell'amore trinitario tramite la passione e morte di Gesù.

La notte della famiglia di Nazareth si rinnova oggi nel dolore e nella notte di molte famiglie distrutte, nelle quali sembra riecheggiare lo stesso grido rivolto da Gesù al Padre sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46).

Gesù crocifisso, dopo aver gridato il suo abbandono, si è affidato al Padre: "Nelle tue mani rimetto il mio spirito" (Lc 23,46), la gioia irrompente della risurrezione è stato il frutto finale della sua passione, l'alleluia perenne per tutta l'umanità.

Ugualmente, la notte della famiglia, se è vista e vissuta con fede, può diventare, in chi la vive, dolore e sofferenza offerta a Gesù Crocifisso per una nuova risurrezione. Del resto, il matrimonio cristiano è segno sacramento dell'amore di Cristo per la sua Chiesa: Gesù ha amato la sua Chiesa fino a dare la vita per lei sulla croce; egli è venuto a riempire il dolore umano della sua presenza.

L'unione nuziale dell'uomo e della donna è segno di questo mistero, per questo è vista come un legame indissolubile e, potremmo dire, eterno, con un solo uomo o una sola donna, lo attestano certe pagine dei Padri della Chiesa, che esaltano lo splendore della vedovanza , che vedono cioè positivamente la fedeltà allo sposo o alla sposa anche al di là della morte.

Un amore siffatto è, certamente, solido fondamento di qualunque focolare domestico, roccia su cui si fonda l'educazione dei figli, il sostegno dei malati, l'accoglienza dei più deboli, la cura degli anziani.

Non sempre, però, l'amore degli sposi, nel concreto della vita, risulta reciproco ed "eterno", può capitare che uno dei coniugi sia infedele, in tal caso l'altro coniuge, per il Cristianesimo, può, ugualmente, vivere e valorizzare la sua vocazione al matrimonio, ricordandosi di Cristo che ha dato la vita per la Chiesa infedele e peccatrice, redimendola.

Nel dolore di coloro che, pur sposati, vivono situazioni di abbandono, Cristo crocifisso si rende presente.

In questa intemperie di mali sociali, sia chi è felicemente sposato, sia chi vive situazioni familiari scabrose, fosse pure per colpa sua, tutti, indistintamente, sono chiamati a realizzare la loro vocazione alla "famiglia", sia intesa come focolare domestico irradiante gioia e amore nella società, sia intesa come la grande famiglia umana, per la quale spendersi per preparare un mondo migliore alle generazioni di domani.

La famiglia e la società sono interdipendenti, realtà inscindibilmente collegate: l'una influenza l'altra.

Gesù doveva morire per riunire in una sola famiglia tutti i figli di Dio dispersi (cfr. Gv 11,52).

Se la famiglia e la società interagiscono, si possono creare i presupposti di un'autentica rivoluzione sociale. Potremmo dire che ogni famiglia è chiamata a dare il suo contributo per fare dell'umanità intera una grande famiglia. Tutti siamo chiamati a farci promotori di una società migliore, dando il nostro contributo per fare della società una famiglia, dove regni la concordia e la pace.

Ogni famiglia è se stessa se si dilata sulla società e sull'intera umanità, comunicandole quei valori di condivisione e di amore reciproco che porta in sé.

La vocazione della famiglia, se è se stessa, esige l'apertura agli altri per "umanizzare" la società; d'altro canto, chi lavora, costruttivamente, sul piano politico e sociale per alimentare la collaborazione e la comunione fra strutture, istituzioni, gruppi, religioni e popoli diversi, aiuta fortemente l'instaurarsi di un humus sociale, nel quale la famiglia può crescere e svilupparsi con più agio.

Quanti giovani non possono sposarsi per mancanza di lavoro, quanti tremendi conflitti generazionali dipendono dagli stimoli e dalle influenze di una società malata. La mancanza di luoghi di incontro e di comunione riducono, a volte, la famiglia in un mondo chiuso e borghese, dove non si possono sviluppare i valori dell'amicizia e della solidarietà, che soli permettono a ogni famiglia di dare e di ricevere.

Vivificata dall'amore, di cui ha urgente bisogno per rinnovarsi, la famiglia riscoprirà la comunione di beni tra i suoi membri: il lavoro degli uni sosterrà chi non produce ancora, perché giovane, o non produce più, perché malato o anziano, tale economia alimentata dall'amore scambievole influenzerà la società, che ha da trovare la strada dell'equità e della giustizia, ispirandosi ai medesimi valori.

L'ospitalità e il sano confronto fra generazioni, fra amici, fra parenti vissuto in famiglia renderà più capaci di vivere in una società multiculturale, aprendosi al diverso, senza volerlo ridurre a sé.

Il senso dell'appartenenza e dei legami familiari porterà a custodire la storia di ogni singola persona, fatta di anniversari, di tappe importanti, che anche gli altri sentono propri; in tal modo si diventerà capaci anche di lasciarsi istruire dalla storia del proprio popolo e da quella della Chiesa e del mondo intero, imparando a sentirsi parte di un tutto, membri della grande famiglia umana, cittadini del mondo.

La famiglia è anche chiamata a diventare luogo di incontro, dove è possibile maturare autentiche scelte, dove si può crescere insieme, dove si custodiscono i ricordi e gli affetti, tramandandoli a coloro che verranno dopo. Per questi valori la famiglia incide, necessariamente, sulla società, facendosi promotrice di una nuova cultura aperta alla storia, all'arte, alla bellezza, necessarie come il pane per diventare migliori.

Nella famiglia ci si prende cura della casa, dell'ambiente, da qui la formazione di persone capaci di educare anche gli altri al rispetto della natura e dell'ecologia.

In questa prospettiva, la famiglia è chiamata a riscoprire la sua vocazione all'amore che lega i coniugi nella buona e nella cattiva sorte e li fa padri e madri, autentici educatori dei loro figli e veri maestri di umanità.

In tal senso, la famiglia è soprattutto il luogo dove nascono e si sviluppano, in modo esperienziale, tutte le scienze umane: la psicologia, la pedagogia, la sociologia, lì è il banco di prova di una vera educazione dell'uomo e della donna, i figli saranno capaci di scelte di vita, solo se troveranno nei genitori, nei nonni, nei fratelli e nelle sorelle più grandi, gli spazi giusti, i consigli adeguati, l'ascolto e la comprensione necessari, l'apertura senza preconcetti, in una parola: l'amore.

In tutto l'interdipendenza tra famiglia e società crea una corrente di vita e di solidarietà che è reciproco arricchimento.

Vorrei concludere dicendo a ogni famiglia: "Non temere, sii te stessa, qualunque sia la tua situazione, gioiosa o difficile, guarda a Gesù, che crocifisso, è risorto, non temere le prove: se vissute con fede, in unione a Cristo Signore, diventeranno l'alba di una nuova e continua primavera; credi alla tua vocazione, sia luogo di crescita di nuove vocazioni, dona i tuoi figli alla Chiesa e alla società, saranno loro, da te preparati e educati, i costruttori di un futuro migliore".


[1] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 6 in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVII (1994) Città del Vaticano, 1996, 261

Articolo scritto per la rivista Presbyteri

In un mondo che sembra voler cancellare i segni dell'assoluto e che dimentica spesso i valori dell'accoglienza, dell'ascolto, della gratuità, dell'amore è forse quanto mai urgente riscoprire il senso e il contributo della femminilità e in particolare della femminilità consacrata. Dove tutto tende all'efficienza, all'affermazione di sé, alla ricerca del benessere e del potere è difficile comprendere il senso del dono di sé, ma è pur vero che l'evoluzione della realtà sociale, soprattutto nei confronti della situazione della donna alla ricerca del suo ruolo, domanda oggi di maturare una nuova presa di coscienza del senso del rapporto uomo-donna, visto in chiave di uguaglianza nella perfetta distinzione. A mio avviso solo nel rispetto dell'unicità della vocazione antropologica fondamentale dell'uomo e della donna sarà possibile ripensare anche a una vita consacrata adeguata alle esigenze di oggi. Personalmente, in quanto donna e in quanto consacrata, ho trovato in Maria la risposta a questa sfida. La Vergine è a volte vista in chiave devozionistica o relegata nell'ambito della pietà popolare; la teologia medita sulla sua posizione e funzione nel mistero dell'incarnazione e della redenzione, non risolvendo sempre i vari quesiti relativi alla sua mediazione e alla sua specifica missione in seno alla Chiesa, tuttavia a me sembra che non si possa essere cristiani se non si è mariani. A me pare che in Maria è la spiegazione della vocazione dell'umanità: tutti, uomini e donne, siamo chiamati, in un certo senso, a trovare in lei e in comunione con lei la nostra capacità di amare e di rapportarci a Gesù, diventando per la Parola, che è Cristo, silenzio amante, accoglienza, possibilità per il Verbo di continuare in noi, in ciascuno di noi, la sua incarnazione. Il "femminile" riguarda tutti: uomini e donne. In quest'ottica, sento che si colloca il mio ruolo di donna consacrata nella Chiesa e nella società: Maria è una dimensione della mia persona, in comunione con lei posso "essere amore", là dove Dio mi colloca, contribuendo all'umanizzazione delle strutture sociali e dei rapporti interpersonali. Dopo essere stata in Canada a contatto con le istanze culturali di un mondo spesso critico nei riguardi della Chiesa perché maschilista, mi sono ritrovata a vivere l'avventura della fondazione di un nuovo Istituto religioso femminile, che non vuole consacrarsi a un'opera particolare, ma tende piuttosto ad essere un segno della presenza "mariana" della donna consacrata nella Chiesa. È importante che accanto al principio petrino la Chiesa scopra sempre più quello mariano; è urgente che la donna prenda il suo posto nella costruzione del corpo della Chiesa e della società, che in questo essa sia aiutata o ostacolata dagli stessi sacerdoti o vescovi, questo dipende dalla sensibilità di ciascuno, in ogni caso mi sembra che urgano delle donne autenticamente "cristiane" e delle religiose autenticamente "mariane" per ridare al mondo e alla Chiesa il calore e il sorriso, la vitalità e lo slancio necessari per una nuova evangelizzazione e una sempre rinnovata giovinezza. Se guardo alla mia esperienza non posso non riconoscere l'efficacia della proposta della scelta della vita consacrata per le giovani di oggi, se tale via è presentata attraverso la testimonianza viva di una comunità unita nel nome di Gesù.

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