Carissime e carissimi tutti,

qualunque sia la nostra particolare vocazione, Dio chiama tutti alla santità, pur camminando per strade diverse tendiamo tutti alla stessa meta: la piena comunione con Dio e con gli altri.

 Ogni scelta di vita è via di santità

Scegliere la propria specifica vocazione e viverla con fedeltà e umile determinazione è la condizione indispensabile per progredire nel cammino della santità.

È, dunque, importante cogliere e approfondire ogni giorno di più il senso e il significato della propria scelta di vita, sia essa quella del matrimonio o quella di una donazione a Dio in molteplici forme, a cominciare dalla verginità consacrata.

Grande potrebbe essere il progresso per la sinodalità della Chiesa se sposati, laici, religiosi, consacrati vivessero in comunione, mettendo le loro differenti ricchezze a servizio degli altri.

I vergini dovrebbero guardare agli sposati per comprendere meglio, nella concretizzazione del rapporto coniugale, l’amore capace di giungere fino al dono della vita, quale è quello di Gesù nei riguardi della Chiesa, sua Sposa.

Gli sposati, a contatto con i vergini, dovrebbero, invece, poter cogliere più profondamente il senso della libertà e della purezza dell’amore verginale.

Non esiste una vocazione migliore di un’altra, né uno stato di perfezione; ogni strada è buona se diventa via e mezzo di santità, in tal senso possiamo parlare della perfezione dello stato. Essere mamma di famiglia, o laico o suora, o sacerdote…, non costituiscono mete, traguardi della nostra vita, ma solo strade; Dio solo è il nostro fine, davanti al quale tutto diventa via e mezzo.

Ognuno trova nella sua strada tutti gli aiuti necessari alla sua crescita umana e spirituale. Anche le gioie e i dolori sono finalizzati a farci progredire nel cammino di santità.

Può essere utile, a questo punto, fare qualche specifico accenno al matrimonio e alla verginità per il Regno, per coglierne meglio le differenze e i punti di contatto.

Matrimonio e verginità per il Regno

Il matrimonio è uno dei sette sacramenti istituiti da Gesù, quali segni efficaci della grazia; la verginità per il Regno, invece, non è un sacramento, essa indica la condizione di vita, che tutti attende in Cielo.

Il matrimonio cristiano santifica chi lo vive in pienezza, è una sorta di partecipazione allo stesso amore di Cristo per la Chiesa. Gli sposati con la loro vita ci spiegano, in qualche modo, il mistero di Gesù crocifisso, che ha dato la vita per la Chiesa, sua Sposa. Gli sposi cristiani, cioè, attraverso il legame che li unisce nella buona e nella cattiva sorte, ci mostrano fino a che punto Gesù si è legato a noi, sua Chiesa.

Il matrimonio è, in tal senso, un segno sacramento, che esige anche il suo superamento, perché il vero “matrimonio” è, per tutti, con Gesù, unico Sposo del cuore.

Il sacramento del matrimonio se vissuto bene, è destinato a sfociare nella verginità propria della condizione dei risorti.

Quando i Sadducei chiesero a Gesù di chi sarebbe stata moglie, nella risurrezione, la donna che in vita aveva avuto sette mariti, Gesù rispose che «i figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dei morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire perché sono uguali agli angeli» (Lc 20, 34-36a).

San Paolo esorta gli sposati a vivere come se non lo fossero, perché passa la scena di questo mondo (cfr. 1Cor 7,29). In Paradiso saremo tutti vergini, sposati e non, ecco perché il matrimonio è un sacramento, perché finisce mentre la verginità dura in eterno e riguarda tutti.

Tutta la tradizione della Chiesa ha sempre esaltato il valore della verginità per il Regno dei cieli e quello della stessa verginità fisica, intesa come purezza e integrità, basta pensare a santa Maria Goretti.

I padri della Chiesa hanno decantato la bellezza della verginità; sant’Ambrogio ne è stato un grande assertore; si racconta che, quando egli arrivava in un luogo, le mamme chiudessero le figlie in casa per timore che, dopo averlo sentito parlare, lasciassero il velo delle nozze per quello delle vergini.

In verità, su questa terra non c’è nessuna ragione per restare vergini, nell’Antico testamento la verginità era sentita come una disgrazia e anche oggi essa può sembrare umanamente incomprensibile.

In realtà, la verginità per il Regno è un dono, una grazia che viene da Dio: i vergini, scegliendo la stessa condizione di vita di Gesù e di Maria, sono il segno della risurrezione e dell’immortalità.

Chi si sposa tende a restare sulla faccia della terra attraverso la sua discendenza: i suoi figli; i vergini, invece, fondano la loro rinunzia al matrimonio sulla fede nella risurrezione e sulla certezza di un’altra realtà. In Paradiso, infatti, ci sarà una pienezza di vita che domanda la fine del segno sacramento del matrimonio.

Tutti, anche gli sposati, sono chiamati a raggiungere la verginità del cuore nel loro amore coniugale, del resto anche la verginità consacrata tale non è se non diventa prima di tutto verginità del cuore, strada di santità fondata sull’amore.

Nonostante la bellezza della verginità per il regno non è, però, possibile consacrarsi a Dio senza una grazia che venga dall’Alto; non si può, d’altro canto, vivere un vero matrimonio cristiano senza l’umiltà di riconoscere che esso è un mezzo per arrivare alla verginità del cuore e, a volte, anche all’esercizio della castità. Tra il matrimonio sacramento e il matrimonio come viene umanamente inteso c’è la differenza del giorno dalla notte. Lo stesso itinerario umano del matrimonio pone, non di rado, agli sposi il problema della continenza nei rapporti per motivi molteplici; in certi casi, in pratica, se si vuole vivere cristianamente da sposati, si deve saper instaurare un rapporto da fratello a sorella; sembra che per natura sua, la condizione del matrimonio tenda, a volte, a sfociare in una convivenza di vergini.

Se non capiamo che ci si sposa per arrivare a vivere un giorno, di qua o di là, come Maria e san Giuseppe, partiamo male. Potremmo dire che per vivere bene il matrimonio bisogna comprendere il valore della verginità e ad essa aspirare come meta ultima, di qua o di là.

Nel matrimonio, inoltre, l’offerta e il sacrificio della verginità fisica paga il prezzo della maternità e della paternità. La verginità consacrata, poi, ha senso se diventa maternità e paternità spirituale.

Sposati e non tendiamo tutti alla stessa meta: seguire il destino della Vergine Madre.

Siamo tutti chiamati all’amore

Potremmo concludere dicendo che tutti, indistintamente, siamo chiamati all’amore, seguendo Gesù nella gioia e nel dolore, però la forma di vita degli sposati o dei consacrati esprime l’uno o l’altro aspetto del mistero cristiano. Gli sposati, come abbiamo detto, sono, per così dire, segno di Gesù crocifisso che sposa la Chiesa sulla croce donando la sua vita, in una fedeltà che giunge fino alla morte…; gli sposi cristiani, cioè, esprimono l’amore del Crocifisso nel segno sacramento.

Il vero matrimonio, di cui gli sposati sono segno, è, però, quello con Cristo nelle nozze eterne, al di là della morte, di tale risurrezione sono segno invece i consacrati, che, in un certo senso, anticipano la morte, cioè quella situazione in cui tutti, sposati e non, ci ritroveremo di là. Questo non significa che i consacrati siano più santi degli sposati, ciò che ci fa santi è l’amore e non la forma di vita in cui lo incarniamo, per cui ci possono essere degli sposati più santi dei consacrati perché amano di più, ciò significa solo che la forma di vita di chi si consacra a Dio indica lo stato dei risorti che non si sposano più, cioè quella verginità del cuore, quell’amore verginale a cui tutti, sposati o vergini, dobbiamo giungere per andare in Paradiso.

Nella via della santità, in qualunque vocazione, quel che conta è amare, facendo la volontà di Dio attraverso i compiti e i doveri della vita quotidiana.

È certo che Dio chiama tutti alla santità e che ci fa trovare nella nostra specifica vocazione tutti gli aiuti e i mezzi necessari per camminare speditamente; non ci resta che abbandonarci con fiducia a lui nella splendida avventura della nostra vita che è un progetto condotto avanti dall’amore di Dio.

  

vostra sr. Nunziella

Carissime e carissimi tutti,

non è possibile camminare sulla via della santità senza operare una scelta di vita rispondente alla propria vocazione e al disegno che Dio ha su ciascuno.

Si impone la necessità di un serio discernimento perché, anche se la santità dipende dall’amore con cui viviamo, è pur vero che solo camminando sulla nostra strada specifica possiamo progredire nell’amore e nell’impegno di vita cristiana.

È, dunque, importante scoprire e vivere la nostra vocazione particolare perché solo in essa troveremo i mezzi per santificarci e realizzare il piano di Dio su di noi.

 

 L’universale chiamata alla santità

Tutti indistintamente, qualunque sia la nostra vocazione, siamo chiamati alla santità. Non si tratta di una meta riservata solo ad alcuni, i fortunati “capitalisti” dello spirito, e preclusa agli altri, alla folla del “proletariato” dello spirito. La santità è per tutti, essa non ci lega a nessuna forma di vita concreta.

Ciò che ci fa santi è “come” viviamo e non “che cosa” facciamo.

La santità non è qualcosa che noi cristiani possiamo acquistare con il nostro impegno e i nostri sforzi personali, è un dono che riceviamo già nel Battesimo, con la nostra partecipazione alla natura divina, in Cristo. Non esistono, per così dire, tante santità, esiste solo la santità di Dio, di cui noi possiamo essere partecipi.

I santi non sono tali perché hanno una loro santità personale, ma perché hanno creduto all’amore di Dio e hanno accolto in loro il Santo: Cristo Gesù, in cui ogni uomo e ogni donna può trovare la sua dignità, la spiegazione della sua vera natura e il senso della sua vocazione.

La nostra piena realizzazione coincide, allora, con una perfetta “conformità” alla persona di Gesù, poiché quelli che Dio «da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rom 8,29). Dire “conformità” non significa imitazione, ma amorosa e completa adesione di tutta la persona fino al punto di poter dire con san Paolo: «… non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

 

La conformità a Cristo nelle diverse vocazioni

La via per conformarsi a Gesù è quella della carità, nella quale consiste la perfezione.

Una mamma di famiglia, una suora, un sacerdote, un deputato… tutti sono chiamati ad essere perfetti nella carità espressa nelle molteplici forme delle loro diverse vocazioni.

Ogni vocazione vissuta in pienezza è via di santità e di conformità a Gesù.

Ricorrendo a un esempio possiamo dire che, nel cammino della santità, succede come quando per fare una statua si porta allo stato incandescente un materiale adatto versandolo in uno stampo, a seconda della forma di quest’ultimo la statua risulta differente. La natura del materiale è la stessa, ma la statua cambia col cambiare dello stampo utilizzato. Analogamente ciò che rende incandescente la nostra vita è l’amore.

Perché la statua venga bene, bisogna che il materiale sia ben liquefatto per aderire allo stampo; così è per noi se ci lasciamo liquefare al calore della carità: perdendo ogni resistenza alla grazia entreremo nello stampo che da tutta l’eternità Dio ha preparato per noi, raggiungendo la santità.

Non importa di quale statua si tratti, è importante solo che riesca bene. Per un artista non conta il soggetto scelto, ma come lo ha realizzato. Alla fine della vita conterà solo l’amore, la nostra vocazione realizzata al fuoco della carità. È chiaro, però, che perché questo avvenga bisogna entrare nello stampo che Dio ha scelto per noi e non in uno voluto da noi, da qui l’importanza di discernere la propria specifica vocazione.

Sposati, consacrati, religiosi, vescovi, sacerdoti, laici, lavoratori, malati… tutti, in qualunque vocazione e condizione, possono camminare sulla via della santità che consiste nella perfetta adesione al momento presente, nel compimento della volontà di Dio secondo i doveri del proprio stato.

 

La scelta di vita

Nel cammino della santità si impone per tutti la necessità di una scelta di vita lucida e consapevole.

Si tratta di discernere attentamente le proprie aspirazioni ed esigenze in relazione al matrimonio o a una vita di donazione a Dio in molteplici forme, a cominciare dalla verginità consacrata.

C’è da dire, però, che forse non esistono due strade per arrivare a Dio, ma una sola, quella dell’Amore, nel senso che nell’unica via, che conduce al Cielo, incontriamo il matrimonio, che richiede la verginità del cuore, e la verginità per il Regno, nel senso che sulla strada della vita, che è una sola per tutti, coloro che si consacrano fanno una specie di salto in lungo: rinunciano, per un dono di grazia, al matrimonio, anticipando la condizione in cui la morte collocherà tutti. I vergini, in un certo senso, anticipano di qua quella condizione in cui, sposati e non, si ritroveranno di là.

Alla fine della vita ciò che ci farà santi sarà solo l’amore. Ciò significa che una mamma che avesse vissuto fino in fondo la sua vita cristiana potrà forse avere amato di più di una consacrata. Resta però vero che l’amore esclusivo per Gesù, la scelta di Dio sommamente amato lega in modo particolare la vita dei vergini a quella di Maria. Sposati o vergini tutti siamo però chiamati a vivere un percorso di verginizzazione, in cui l’uomo e la donna giungano a vivere in profonda unità fino a diventare capaci quasi di “inglobare” in sé le caratteristiche dell’altro sesso, fino ad essere, per esempio, l’uomo dotato di vera tenerezza e la donna di autentica fortezza; in tal senso ogni vergine è, per così dire, uomo-donna, ma così pure lo è chi percorre la via del matrimonio cristianamente vissuto. In fondo è l’amore che tutti ci verginizza, aprendoci il Cielo.

In questa prospettiva la chiamata alla verginità per il Regno, quale scelta esclusiva di Dio, è particolarmente feconda. «Più numerosi sono i figli dell’abbandonata – dice la Scrittura – che i figli della maritata» (Is 54,1). C’è uno stretto rapporto tra la verginità e la maternità spirituale. La Chiesa nel suo mistero è madre, Maria ne è la figura; la Vergine-madre è l’espressione più perfetta della maternità della Chiesa. La stessa maternità fisica si svuota di significato senza la maternità spirituale, che riguarda anche chi si sposa.

Si comprende come la verginità sia una delle espressioni più belle della maternità della Chiesa e di Maria. La maternità della Chiesa è, infatti, mariana e verginale.

La verginità del cuore e la maternità spirituale sono, dunque, importanti per tutti, sposati e non, se vivono con amore la loro vocazione.

A questa luce, chi si trovasse nell’età di fare una scelta di vita se non comprende, intuitivamente, il senso della verginità per il Regno, dovrebbe scegliere senz’altro di incamminarsi per la via del matrimonio, ma se Dio lo chiamasse, dovrebbe mettersi in ascolto delle parole di Gesù: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!» (Mc 4,9).

Dio ci riserva tutte le grazie necessarie per il nostro cammino di santità là dove ci vuole. Nella nostra specifica vocazione, anche se incontreremo sempre le inevitabili prove della vita, dobbiamo però, per così dire, sentirci “comodi”, a nostro agio, al nostro posto.

La verginità è certamente un grande carisma, basta pensare allo stuolo di santi e di sante, che hanno percorso la via della perfetta castità. Anche le varie scelte di donazione a Dio e lo stesso sacerdozio sono cammini di autentica santificazione.

Per scegliere la verginità, però, non basta coglierne la bellezza e sentirci attirati, bisogna che la prospettiva di una vita spesa per Dio e per gli altri, senza una famiglia propria, non ci faccia paura, anzi ci attiri e ci affascini. Se così non fosse, se sentissimo invece il bisogno di camminare con un’altra persona nella strada della vita, formando una famiglia, che sia una piccola Chiesa, allora dovremmo aprirci alla prospettiva di un possibile matrimonio… poi sarà quel che Dio vorrà, perché per sposare bisogna essere in due.

La Chiesa ha conosciuto splendide figure di santi sposati, penso ai genitori di santa Teresina, a santa Monica, a santa Gianna Beretta Molla. Quel che conta è quello che Dio vuole per ciascuno. Per chi si sposa, in ogni caso, Gesù rimane, per così dire, il primo sposo del cuore.

Va tenuto presente, però, che più tempo passa e più diventa difficile la scelta di vita, perché subentrano mille remore umane e psicologiche. Secondo me, sia nel matrimonio, sia nella vita religiosa o di consacrazione a Dio in forme diverse, non c’è niente di più bello che donare a Dio la propria giovinezza. Scegliere da giovani la propria vocazione è, a mio avviso, una grazia aggiunta.

È importante prima di tutto puntare sulla scelta di Dio, più che su quella della strada specifica, questa viene di conseguenza, però quando giunge l’ora di Dio non bisogna farla passare: è il momento di spiccare il volo nella direzione da lui indicata.

Possiamo riflettere, farci anche consigliare, ma poi dobbiamo decidere, diversamente la nostra vita passa irrealizzata, perché è solo nella nostra vocazione specifica che troveremo i mezzi per realizzare il disegno di Dio su di noi.

Abbiamo una sola vita, spesso anche breve, spendiamola bene, incarnando l’amore nella forma di vita che Dio vuole da noi. A noi resta solo di lasciarci liquefare dal fuoco della carità per entrare bene nello stampo che Dio ci ha riservato.

Essere e restare nell’amore è il cammino della santità; solo così il momento della morte fisserà quest’amore nell’eternità.

 

vostra sr. Nunziella

 

Carissime e carissimi tutti,

è importante prendere coscienza della nostra specifica vocazione per realizzarla secondo il piano d’amore che Dio ha su ciascuno di noi, restando in ascolto della voce della coscienza che interiormente ci guida. Abbiamo vocazioni diverse, ma siamo tutti chiamati a percorrere la stessa via di santità, nonostante i diversi stati di vita e le molteplici situazioni in cui viviamo. Sposati o no, al di là della nostra scelta di vita, in tutte le circostanze, dobbiamo sempre puntare sull’amore, sapendo che non conta quello che facciamo, ma con quanto amore lo compiamo. Dio ci ha creati per amore e ci chiama a vivere in comunione con lui e con gli altri. Ogni vocazione particolare ha senso se è vissuta come strada e come mezzo per amare e servire Dio e il prossimo.

La santità è per tutti, indistintamente.

 

Quando ci amiamo scambievolmente come Gesù ci chiede, egli è presente fra noi se uniti nel suo nome, siamo pronti a dare la vita gli uni per gli altri, camminando insieme sulla via della santità che conduce al Cielo.

Non è un’impresa così ardua, se non confidiamo nelle nostre forze, ma sulla grazia di Dio che ci eleva e ci sostiene. La santità, infatti, non è alla portata delle nostre capacità umane, né frutto del nostro impegno.

Le virtù morali, infatti, non costituiscono la vita cristiana nella sua vera essenza, nel senso che ci possono essere delle persone atee profondamente giuste, con una vita morale autentica.

Si tratta, allora, di comprendere il significato di quell’affermazione della Scrittura, che ci invita alla santità: «Siate santi perché io sono santo» (Lv 11,44), ciò significa prima di tutto che non possiamo avere una santità “nostra”, solo Dio è santo.

Probabilmente ci possono essere dei peccatori che sono molto più avanti nel cammino della santità delle persone che nutrono il sentimento del “proprio” valore morale e spirituale; la coscienza della propria virtù allontana da Dio a differenza della consapevolezza interiore del proprio peccato e dei propri limiti.

L’esperienza del proprio fallimento, il fatto di sentire che non siamo santi, ma difettosi e pieni di limiti a volte anche dopo una lunga vita, l’impressione di non aver concluso quasi niente nella vita, questa insoddisfazione potrebbe essere utilissima per un percorso di vera santità, che non dobbiamo mai far dipendere dalla nostra virtù.

Siamo nati per Dio, veniamo da Dio e a Dio torniamo; la santità è la vita di Dio in noi, sul “vuoto” di noi, fatti pura accoglienza. Dobbiamo, allora, dare il giusto posto alle virtù teologali e non a quelle morali. Se ci apriamo alla fede, alla speranza e alla carità, di conseguenza coltiveremo anche la giustizia, la bontà, la lealtà…, ma la molla della nostra vita sarà la fede, il desiderio di Dio pieno di fiducia che si manifesta nella speranza che ci fa camminare, distaccandoci da qualunque attaccamento per concentrarci solo sull’Amore che è Dio; la carità diventerà allora il vero respiro della nostra anima.

Se, invece, mille desideri e affetti rimangono in noi, occupando il nostro mondo interiore, non possiamo entrare in comunione con Dio; non possiamo, cioè, assommare qualcosa a Dio; dobbiamo piuttosto amare tutto in Dio.

Diversamente avremo il cuore diviso tra Dio e tanti nostri idoli o idoletti, che ci tengono prigionieri e ci impediscono di spiccare il volo verso l’Alto.

Tutto può diventare un idolo: la famiglia, il lavoro, la nostra personale santità, il nostro apostolato, il nostro concetto di Chiesa, di Stato, ecc.

Prima o poi nella vita giunge però spesso il momento salutare della crisi: crollano le nostre sicurezze, a cui ci aggrappavamo: è un’esperienza positiva se diffidando finalmente di noi stessi, consapevoli dei nostri limiti e della nostra piccolezza, prendiamo coscienza della nostra assoluta dipendenza da Dio.

In fondo l’azione della grazia in noi può convertirci in qualunque momento, se ci apriamo all’azione dello Spirito. Basta un attimo per raggiungere la santità, se accogliamo Dio in noi e gli permettiamo di amare in noi e attraverso di noi. In qualunque modo avessimo vissuto la vita fino a quell’istante non ha nessuna importanza per poco che ci apriamo all’amore di Dio, certi che niente può impedire a Dio di essere Dio, niente cioè può impedire all’Amore di essere l’Amore. Dio, nella gratuità del suo amore, si dona a noi e se lo accogliamo con viva fede diventa la nostra vita, la nostra vera santità, non ci resta, allora, che godere dell’Amore che è Dio, lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori (cfr. Rm 5,5).

Il nostro infinito nulla può incontrarsi con l’infinito tutto, grazie al mistero dell’Incarnazione, che ha reso possibile il nostro rapporto con Dio, rendendoci partecipi della natura divina.

Il giorno in cui sperimentiamo la nostra impossibilità di raggiungere la santità con le nostre forze, si apre per noi, se lo vogliamo, la strada dell’umiltà e possiamo finalmente dire con sincerità: “O Dio, vieni a salvarmi” (dalla Liturgia delle ore).

Solo Gesù ha reso possibile il nostro rapporto con Dio, siamo figli nel Figlio; tutti indistintamente siamo chiamati a vivere la nostra vocazione cristiana che ha dei connotati mariani: si tratta, infatti, di permettere a Cristo Signore di continuare la sua incarnazione in ciascuno di noi. Egli si è incarnato nel seno della Vergine, ancora oggi egli rende possibile il nostro rapporto col Padre, se lo accogliamo in noi, lasciandoci in qualche modo assumere da lui in comunione con Maria.

Anche se avessimo commesso i peccati più gravi, dobbiamo conservare la ferma fiducia nell’amore di Dio che ci salva e ci redime, anzi anche nei riguardi delle persone con cui viviamo e che ci vengono affidate dobbiamo conservare la stessa fiducia nonostante eventuali loro limiti e peccati, Dio è più grande del nostro cuore. Personalmente ho sperimentato in me una grazia di partecipazione alla maternità di Maria che fin dalla giovinezza mi ha fatto credere in un disegno di Dio che mi lega a coloro che Dio mi dona per vivere insieme un’avventura d’amore che ha per meta il Cielo nonostante i nostri eventuali limiti e peccati. Io credo in coloro che Dio mi mette accanto per camminare insieme, perché sono certa che la santità a cui siamo chiamati non è la nostra perfezione, impresa impossibile, ma Gesù in mezzo a noi, il Santo fra noi, se sappiamo amarci reciprocamente e perdonarci dopo ogni caduta.

La santità è per noi raggiungibile se è la santità di Gesù che ci unisce in un solo corpo. Non si tratta di scalare coi nostri sforzi la montagna della perfezione, ma di abbandonarci a Dio, facendoci guidare da Maria, restando vigili e in ascolto delle mozioni dello Spirito, nei vari momenti della nostra vita.

Abbiamo una sola vita, spesso anche breve, non sprechiamola, facciamoci santi insieme custodendo la presenza di Gesù fra noi, fonte di luce e di gioia.

Dio ci vuole santi: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44). La nostra santità non si assomma a quella di Dio.

Non saremo mai santi, se non lo siamo fin da adesso accogliendo in noi l’Amore, che è Dio, il Santo fra noi vivo e operante nella nostra unità.

Il cammino della vita è fatto di gioie e di dolori, tutto concorre al bene se amiamo Dio (cfr. Rm 8,28).

Non ci può essere poi cammino di santità, senza gioia, spesso se la nostra vita è triste è perché manca l’apertura allo Spirito Santo, che è fonte di gioia, né il nostro amore reciproco è autentico, se è sterile, se non interpella gli altri, se non attira i cuori.

Non trascorriamo nemmeno un istante senza amore; amiamo sempre tutti, senza esclusione di persone, amiamo senza partire da noi, ma dagli altri, sapendo purificare anche la nostra maniera umana e personale di amare, spesso inadeguata alle situazioni e alle esigenze degli altri.

Se amiamo, tutto diventa possibile e Gesù fra noi, il Santo, ci santifica insieme.

 

vostra sr. Nunziella

 

 

Carissime e carissimi tutti,
se vogliamo camminare insieme sulla Via dell’Amore, dobbiamo rimettere continuamente a fuoco la nostra vocazione cristiana. Siamo chiamati a vivere il comandamento nuovo dell’amore scambievole datoci da Gesù; per questa strada potremo sperimentare la bellezza della comunione trinitaria, di cui il Figlio di Dio, incarnandosi, ci ha resi partecipi. Solo così diventeremo agenti di comunione nella Chiesa e nell’umanità, promuovendo ovunque rapporti di reciprocità, improntati a una dinamica di unità e distinzione, dove ogni persona e ogni gruppo umano siano rispettati nella loro unicità.


La Trinità è un mistero che non possiamo capire razionalmente, ma che possiamo comprendere e vivere nella fede.
Dio Trinità è comunione d’Amore: il Padre ama il Figlio, il Figlio ama il Padre, questo Amore è un Persona, è lo Spirito Santo.
Tutta la creazione proveniente da Dio porta la sua impronta, l’uomo creato a sua immagine è comunione di persone: maschio e femmina lo creò (Gen 2, 27).
In forza dell’Incarnazione, il Verbo di Dio assume la natura umana, attraverso la sua morte in croce e la sua risurrezione ci rende partecipi della comunione trinitaria nello Spirito, che ci fa uno con lui e tra noi. Per vivere in pienezza questa vita trinitaria dobbiamo aprirci sempre più all’azione dello Spirito, che ci innesta in Cristo Signore.
Provenienti dalla Trinità andiamo verso la Trinità, siamo chiamati a vivere in comunione attraverso la carità reciproca, nella quale si concretizza la vita d’amore, che Gesù è venuto a parteciparci, per questo ci ha dato il suo comandamento: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34b). Il comandamento nuovo è, dunque, la strada concreta per vivere la comunione trinitaria.
La Trinità è mistero di unità e di distinzione, anche noi dobbiamo vivere l’amore reciproco in modo da imparare a vivere ogni distinzione fra noi in funzione dell’unità.
Spesso siamo invece abituati a distinguerci per separarci, non è così in Dio.
La via per andare in Cielo ci mette insieme, ci fa uno fra noi, non è personale, individuale; non andremo in Paradiso da soli; gli altri non sono facoltativi nella nostra vita.
La carità reciproca è un dono che viene da Dio, non dipende solo dal nostro impegno personale, ma anche dall’azione dello Spirito che ci apre all’amore verso tutti senza escludere nessuno.
Ogni persona va rispettata nella sua particolarità, nella sua distinzione personale, essa rappresenta una nota irripetibile e diversa nell’armonia del Corpo mistico.
La carità ci domanda di amare tutti, e tutti significa tutti: tutti gli uomini e le donne di tutti i continenti e di tutti i secoli, tutti coloro che sono nati nel passato e tutti quelli che nasceranno nel futuro e che non conosceremo mai.
Dobbiamo vivere da persone riconciliate con tutti e con tutto, anche con la storia, senza coltivare odi razziali, risentimenti, pregiudizi.
Soltanto Dio, però, può amare tutti, essendo presente a ciascuno nel presente. Come possiamo anche noi amare tutti e ciascuno, nonostante i nostri limiti spazio-temporali?
Per amare tutti dobbiamo amare una persona per volta, non per amare solo quella persona, ma per poter amare tutti.
Mi spiego, se per esempio voglio prendere o sollevare un lenzuolo, mi basta toccarlo da un punto soltanto per muoverlo tutto, così se stabilisco un rapporto di autentica reciprocità con una persona qualunque, entro in comunione con l’intera umanità; quella persona diventa per me, per così dire, porta d’entrata nell’intero Corpo mistico.
Se, allora, amo il mio prossimo perché è presenza di Cristo, sono realmente in comunione con tutti gli uomini e le donne di tutti i tempi e con Dio stesso, ma debbo amare quella persona come fosse l’unica, scordandomi di quelle incontrate l’attimo prima e cancellando ogni nostalgia affettiva per altri fratelli e sorelle.
Come una sola particola di ostia consacrata mi unisce a Dio e all’umanità così è di ogni persona amata nel presente.
Si comprende l’importanza di fare silenzio dentro di noi per ascoltare l’altro, che prima di tutto ha bisogno di essere accolto. Amare come Gesù significa essere recettivi, nella Trinità infatti è il Figlio che riceve continuamente la vita dal Padre.
Se sappiamo ricevere, l’altro sarà poi più disponibile ad ascoltarci.
Lasciamoci guidare dallo Spirito per diventare capaci di amare tutti e ciascuno, per amare cioè Cristo in ogni prossimo e tutti in Cristo.
Dobbiamo farci presenti totalmente all’altro nel presente, perché l’altro ci rende presente Cristo e tutta l’umanità.
Il grado di amore e di santità con cui entreremo in Cielo sarà quello con cui la morte ci sorprenderà, quello sarà per sempre fissato nell’eternità. A che ci serve l’amore dato l’attimo prima se non lo attualizziamo nel presente, amando la persona che ci sta davanti? È questo l’unico modo per restare in comunione con tutti coloro che amiamo e con tutta l’umanità, anzi è il modo migliore per crescere nella comunione e ritrovarci poi più capaci di amare tutti.
Dobbiamo avere in noi quasi l’ansia che la nostra carità, in forza del comandamento nuovo, diventi reciproca e questo nella comunità ecclesiale e nella stessa società. Finché non amiamo al punto che l’altro ci ricambi, finché non ci rendiamo amabili in modo che per gli altri sia facile amarci, non potremo realizzare il comandamento nuovo. Non possiamo ritornare a Dio da soli; non basta amare dobbiamo anche essere amati. L’Amore tende alla reciprocità per natura, la risposta arriva sempre in un modo o in un altro, a volte ritorna da persone impensate o da Dio stesso. Anche il martire che muore non corrisposto nell’amore è seme di nuovi cristiani.
Siamo chiamati a vivere la comunione trinitaria, facendo in modo che la nostra reciproca carità susciti delle comunità vive, dove ogni persona sia rispettata nella sua unicità e una costante dinamica di unità e distinzione guidi i rapporti fra le persone e i vari organismi ecclesiali e sociali ordinandoli a una costruttiva relazione di scambio e di collaborazione attraverso un dialogo operativo ed efficace. Cooperare a stabilire rapporti di reciprocità tra persone, istituzioni, associazioni, gruppi differenti è la strada maestra per vivere la comunione trinitaria nella Chiesa e nella società, in un rapporto costante di unità e di distinzione.
Ogni carisma, ogni dono di Dio, ogni vocazione è per la Chiesa e per l’umanità, bando allora a ogni proselitismo, a ogni attaccamento; dobbiamo spalancare la nostra anima alle dimensioni del mondo, alle molteplici realtà ecclesiali e sociali, facendo nostre le ansie e le aspirazioni degli altri, promuovendo sempre l’amore reciproco tra persone e gruppi differenti.
Restare totalmente presenti all’altro che incontriamo, perché è Cristo e ci rende presente tutta l’umanità, è questa la strada per vivere in comunione con tutti. Il prossimo amato nel presente è veramente la porta d’entrata nel mistero della comunione ecclesiale e sociale.
Siamo chiamati a vivere l’amore verso tutti, attraverso l’amore a ciascuno, dobbiamo entrare in relazione con ogni persona per diventare costruttori, agenti di comunione, vivendo il comandamento nuovo, agendo in maniera tale che fra noi e intorno a noi nascono delle comunità piene di vita, dove la distinzione delle persone e dei vari carismi istituzionali sia in funzione della comunione. Per realizzare tutto questo la strada maestra è concentrarci nel presente per amare una persona alla volta, come l’unica, perché è presenza di Cristo Signore e porta d’entrata nel suo Corpo mistico.


vostra sr. Nunziella

Testo del punto luce di settembre 2024.pdf

 

Carissime e carissimi tutti,

vorrei questa volta approfondire con voi qualche aspetto del grande mistero dello Spirito Santo e della sua ineffabile presenza in noi e nella comunità ecclesiale.

Lo Spirito è, infatti, il vincolo della nostra unità in Cristo Signore, i suoi frutti di pace, gioia, benevolenza, amore… ridondano a nostro beneficio, sostenendoci nel cammino di santità, a cui Dio ci chiama.

 

La vera Chiesa di Cristo non è costituita da un tempio di pietre, ma da noi, pietre vive del suo Corpo mistico. Una costruzione, però, tiene bene se il cemento unisce le varie parti in armonia; questo cemento, questo legame, questa unità fra tutti noi nel Corpo di Cristo è opera dello Spirito Santo.

Noi cristiani crediamo in Dio, ma la grande rivelazione che Dio ha fatto di sé stesso ci ha manifestato un fatto strabiliante: Dio è una famiglia, perché è tre Persone, non è una sola persona.

Questo grande mistero e, conseguentemente, l’esistenza dello Spirito Santo, noi abbiamo potuto conoscerlo, per la prima volta nella storia, quel famoso giorno in cui, in una città della Palestina, in una piccola casetta, un angelo, un messaggero del Cielo, un inviato di Dio ha portato a Maria l’annuncio che lei, fra tutte le donne, era stata prescelta per essere la Madre del Messia atteso da secoli. In quell’occasione, l’angelo si è espresso in maniera tale da far riferimento alla tre Persone divine, così al momento dell’Annunciazione, per la prima volta nella storia dei secoli, abbiamo saputo che Dio è uno e trino e che esiste lo Spirito Santo.

Se proviamo a contemplare per un attimo il grande mistero della Trinità con sguardo di fede possiamo lasciarci illuminare dalla preghiera sacerdotale di Gesù: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi […]». (Gv 17,21)

Ci ritroviamo così a cogliere nella fede la bellezza dell’insondabile mistero della vita trinitaria partecipata a noi: Cristo in noi, noi in Cristo nel seno del Padre.

Gesù muore in croce per portarci nella sua famiglia, nella Trinità, per parteciparci l’Amore stesso che lo lega al Padre, lo Spirito Santo, l’ “abbraccio sostanziale”, l’ineffabile unità che mette in relazione l’Amante con l’Amato: l’Amore in persona, lo Spirito, Ruah, soffio, vento, brezza leggera.

Lo Spirito Santo ci unisce a Cristo, svelandoci il senso della presenza, dell’inabitazione della Trinità in noi; grazie alla sua azione siamo innestati e incorporati in Cristo. «Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito». (1Gv 4,13)

Gesù ci comunica il suo Spirito che lega ciascuno di noi a lui. È l’azione dell’Amore increato, vincolo di unità…

Lo Spirito, abbraccio sostanziale fra il Padre e il Figlio, al momento dell’Annunciazione, ha operato l’indissolubile unità, il “tu in me e io in te” (cfr. Gv 17,21) tra il Verbo e Maria.

La Vergine Madre esprime e compendia in sé tutta l’attesa del Messia del popolo ebraico. Lo Spirito, la Relazione sostanziale e increata, opera dentro e fuori della Trinità. All’unità tra il Padre e il Figlio corrisponde, in un certo senso, quella tra la Madre e il Figlio e di tutti noi innestati in Cristo.

Come i petali di una margherita sono uniti tra loro, perché legati ciascuno alla corolla, così noi siamo uniti fra noi perché legati a Cristo. Il legame nello Spirito con il Figlio, con Cristo Signore, ci fa uno tra di noi e ci fa Chiesa.

O immensa bellezza della comunione trinitaria!

Potremmo dire che in Dio-Trinità l’umanità non è altro che un immenso concerto, dove ogni persona è una nota irripetibile e unica.

Questa comunione in Dio fatta dallo Spirito non è panteismo, perché noi non ci perdiamo in Dio, ognuno di noi conserva, anche in Paradiso, la sua personalità, la sua nota, la sua distinzione personale. Noi, come persone, ci distinguiamo per poter amare Dio, laddove se ci perdessimo in lui, non potremmo più amarlo. L’identificazione d’amore la fa invece lo Spirito, perché ad un tempo unisce e distingue. È il mistero della Trinità, in cui le Persone sono uguali e distinte: Padre, Figlio e Spirito; è il mistero della vera comunione ecclesiale, in cui le persone sono uguali e distinte: uguali in dignità, ma distinte nel rispetto assoluto l’una dell’altra.

Quel che conta per noi è entrare in questo mistero, metterci cioè in contatto con lo Spirito Santo, per imparare a distinguere la sua voce interiore e la sua presenza in noi. La vita trinitaria di cui Dio vuole renderci partecipi non è frutto del nostro impegno personale. Noi possiamo solo predisporci ad accogliere in noi la grazia della comunione, in modo da permettere allo Spirito Santo di operare in noi con efficacia, senza vivere con gli altri come pezzi staccati di un unico mosaico, ma come membra vive del Corpo mistico di Cristo unite fra noi in lui. Questo è possibile se impariamo ad amarci lasciandoci guidare dall’Amore in persona, cioè dallo Spirito. L’amore umano, infatti, non è esente da crisi, non tiene in tutte le circostanze, non dura e anche quando dura non è esente da sofferenze, da prove, da fallimenti e anche da varie infedeltà.

Per essere membra vive del Corpo di Cristo, uniti fra noi, dobbiamo invece scegliere di amarci non tanto col nostro amore umano, ma guidati dall’Amore in persona, mettendoci in ascolto della voce interiore della coscienza attraverso la quale lo Spirito orienta e guida il nostro piccolo cuore conducendolo all’unità con Cristo e con gli altri in Cristo. Per far questo dobbiamo imparare a discernere quanto lo Spirito Santo ci suggerisce, interiormente, momento per momento.

Se viviamo sintonizzati sullo Spirito, godremo di una grande pace e dei suoi frutti: consolazione, gioia, benevolenza…

Lo Spirito ci abita, ci unisce a Maria, a Cristo; è presenza ineffabile, dolcissima; ci invade, ci guida. Se decidiamo di rinnegare noi stessi, persino nel nostro modo buono e bello di amare per imparare ad amare nello Spirito, se facciamo silenzio dentro di noi, per ascoltare la voce della coscienza e seguirla nell’attimo presente, se facciamo così impareremo ad esprimere l’amore in modi completamente diversi dai modi umani che, a volte, sono influenzati da interessi, condizionamenti, simpatie, paure, ecc. Si tratta di dire il nostro “sì” incondizionato all’Amore per vivere e amare nello Spirito.

Quel che conta è discernere la volontà di Dio da compiere nel momento presente, invocando lo Spirito Santo perché ci illumini e ci conduca sulle sue strade, restando costantemente e continuamente in comunione con Dio e fra noi.

Mettiamoci, allora, in ascolto dello Spirito perché ci conduca sulle sue vie e rafforzi sempre di più la nostra unità con Dio e fra noi in Cristo Signore.

La nostra preghiera diventi invocazione fiduciosa:

 

 

Vieni, dolce Consolatore,

vieni tu dentro di noi,

svelaci il segreto della tua Persona

e contempleremo l'insondabile tenerezza

con cui il Padre e il Figlio si amano.

 

Vieni, soffio infuocato,

accorda i nostri cuori

come docili strumenti

della tua divina orchestra;

intonali sul Figlio,

che è l'alfa e l'omega,

l'unica Parola che il Padre sol pronuncia,

in essa generandoci

parole nella Parola.

 

Vieni, dolce Consolatore.

 

Punto luce - Maggio 2024.pdf

sr. Nunziella

 

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