APRILE 2019 - Gesù Crocifisso, mistero d'amore

Palermo, 6 aprile 2019

Carissimi tutti e tutte,

eccoci nel tempo di Quaresima a meditare sulla nostra scelta di Gesù Crocifisso e abbandonato riconoscendolo presente nelle piaghe della Chiesa e dell'umanità e nelle nostre stesse infedeltà; Maria ci accompagni e sostenga in questo cammino vero la Pasqua ormai vicina.

Salutissimi!

sr. Nunziella

Gesù crocifisso, mistero d’Amore

 

 Audio Gesù crocifisso, mistero d'amore.mp3 

Incontro dei Cenacoli del Bell'Amore

Baida-Palermo, 24 aprile 2006

Trascrizione da registrazione

Testo rivisto

Vorrei fare con voi un altro passo avanti nell’Amore, ma non ve lo posso né spiegare, né insegnare, non lo so neanch’io, possiamo insieme accoglierlo, impararlo da Dio, nella misura in cui, affascinati dall’Amore, ci apriamo alla grazia.

Quello che voglio dirvi, potrei dirvelo con L’idiota di Dostoevskij: l’idiota di Dostoevskij è colui che, schiaffeggiato da un mascalzone, reagisce non vergognandosi dell’altro, ma vergognandosi di se stesso. Ecco l’Amore, ecco, per me, il mistero dell’Ecce homo, di Gesù crocifisso! In fondo Gesù, assumendo su di sé la natura umana, ha preso su di sé il peccato del mondo; quando dico il peccato del mondo dico tutta la realtà del peccato, fino al punto da essere quasi il peccato in una realtà viva e vivente, costantemente in atto quale sacrificio, olocausto costante, offerto al Padre. «Maledetto colui che pende dal legno» (cfr. Gal 3,13) - se vogliamo esprimerci con la Scrittura - questo è detto di Gesù; siccome Dio è anche giustizia, il Figlio ha assunto su di sé il peccato del mondo, per cui si è posto, per così dire, fra noi e il Padre, quasi dicendo al Padre: "Non guardare loro, guarda me: io sono il peccato del mondo". E la maledizione di Dio si è abbattuta su di lui, la giustizia di Dio è stata soddisfatta dentro Dio stesso. E noi siamo usciti fatti nuova creazione, "Maria", nuova creazione, «immacolati e santi al cospetto di Dio» (cfr. Ef 1,4), «Io sono» - ha detto Maria a Bernadette - non l’Immacolata, ma «l’Immacolata Concezione», concezione immacolata, sgorgata dal sangue di Cristo.

Nel momento in cui noi accogliamo la salvezza, accogliamo in noi Gesù, accogliamo in noi l’Amore e ci lasciamo salvare, accogliamo con gratitudine questo immenso Amore, perché la cosa più grande della nostra vita è che siamo amati; la realtà più grande, sul letto di morte, sarà percepire che siamo amati. Accogliere in noi Gesù, lasciarci assumere da lui, partecipare all’Amore del suo cuore, significa poter dire, davanti a un mascalzone che ci schiaffeggia: "Mi vergogno di me stesso"; significa dire, davanti alla mia comunità, all’una o all’altra suora che fosse infedele, che vivesse male lo spirito del Bell’Amore, significa dire: "Io sono questa infedeltà".

Quando, nella mia giovinezza, mi sono ritrovata nell’intemperie post-conciliare, essendo laureanda in filosofia, appassionata della ricerca della verità, ho sempre seguito tutte le varie vicissitudini delle Università, l’occupazione giovanile delle Università di quel tempo, le varie reazioni e vicende di quel periodo, i "Cattolici del dissenso", l’Isolotto, Franzoni… Era il momento del post-Concilio, un momento di crisi terribile: crisi nella Chiesa, crisi a tutti i livelli; non mi trovavo davanti a un volto bello della Chiesa, ma piagato.

Quante volte, ci scandalizziamo perché sentiamo o leggiamo che quel sacerdote ha fatto chissà che cosa, quella suora chissà che cosa, oppure quei cristiani di quel Movimento si sono comportati chissà come. Io mi trovavo, in quel periodo, davanti a una situazione veramente particolare e, a un certo punto, ho avuto come l’impressione di risalire una corrente; mentre salivo da sola andando verso Dio, consacrandomi nella vita religiosa, avevo l’impressione di incontrare fiumi di persone che non ce la facevano, che tradivano, che se ne andavano, ero perciò sola, completamente sola, il mio "sì" l’ho detto in quella solitudine.

Non voler lasciare solo Gesù crocifisso nella sua Chiesa, ha significato per me aver percepito, a un certo punto della mia vita, il Crocifisso identificato con la sua Chiesa e con chi avrebbe dovuto esprimere tanti suoi valori, che mi parlava in un modo diverso da come ha parlato a Francesco: «Francesco, va’ e ripara la mia Chiesa»; per me è stato come se Gesù mi dicesse: «Beata chi non si scandalizzerà di me» (cfr. Lc 7,23). Il mio desiderio sarebbe stato, in quel momento, di entrare in tutte quelle famiglie religiose, di andare in tutti quei luoghi della Chiesa, dove non c’era unità, dove le cose andavano male, dove Gesù non era amato, per portare l’amore dove non c’era amore, alla ricerca di lui, appassionata del suo Volto crocifisso, lasciando sempre alle mie spalle la gioia della presenza di Gesù nell’unità fra i suoi, nell’unità ritrovata. «L’Amore non è amato» così dice qualche santo.

Per questo, quando dico: "Amore bello", certamente mi riferisco alla Trinità, mi riferisco a Maria, alla bellezza della via pulchritudinis, ma per me, prima di tutto, l’Amore bello è Gesù crocifisso, che alla luce della Sacra Scrittura può considerarsi la fonte del Bell’Amore. Quale amore più bello di chi si sostituisce allo schiavo, per salvarlo, come certi religiosi che morivano, mettendosi al posto degli schiavi; quale amore più bello di chi muore al posto di un padre di famiglia, nei campi di concentramento, come Massimiliano Kolbe, martire della carità, ma lì è la morte per un innocente, Gesù invece muore per noi peccatori.

Allora, amarci come Gesù ci ha amato, mi sembra che significhi soprattutto questo: non giudicare mai, non scandalizzarci mai, amare come amerebbe una madre, che copre continuamente ogni colpa o infedeltà del figlio e questo non solo nei riguardi delle persone a noi più vicine, ma della Chiesa intera e della stessa umanità, non scandalizzarci, amare continuamente al punto da sentire su di noi il peccato del mondo, al punto da offrirci per la salvezza del mondo, da riparare per il mondo, da offrire la nostra sofferenza, il nostro dolore, la nostra vita non solo per noi e per i nostri peccati, ma per i peccati di tutto il mondo. Ma a che servirebbe la nostra vita, se non fosse unita a quella di Cristo, non raggiungerebbe Dio, ecco la grande intuizione di Faustina: «Io ti offro, Padre, il corpo, il sangue, l’anima, la divinità del tuo diletto Figlio, per la salvezza di noi peccatori e del mondo intero». Non serve offrire la nostra azione, se non è unita a quella di Cristo, solo così acquista un valore infinito, solo se uniamo il nostro dolore a quello di Gesù, solo se uniamo la nostra gioia alla gioia di Gesù, solo così acquistano un valore infinito, è l’offerta del Figlio che paga la salvezza del mondo: «Gesù, confido in te» dirà Faustina e Giovanni Paolo II prega Maria, la Madre della misericordia, perché non si spenga mai questa fiducia nel nostro cuore.

Aiutiamoci, allora, ad avere un amore così grande, aiutiamoci a non amare col nostro amore, ma ad accogliere in noi l’Amore del cuore di Cristo, l’Amore di Dio. Rompiamo tutte le nostre categorie, eliminiamo, per sempre, nei nostri rapporti umani, il giudizio, sia nei riguardi degli altri, sia nei riguardi di noi stessi. Finché non faremo questo, non avremo mai pace. Se dopo aver donato la nostra vita a Dio non ci decidiamo ad abbandonarci a Lui con questo vero e autentico amore, che rompe la barriera del suono, del giudizio, del pettegolezzo, dell’umano, non avremo mai pace. Terribile è il tormento di chi, dopo aver messo mano all’aratro, si volta indietro (cfr. Lc 9,62), enorme è l’inquietudine di chi vuole sempre annacquare il Vangelo; è molto più facile amare così, pure se sembra difficilissimo, che tentare un accomodamento dell’Amore, secondo una visione un po’ evangelica e un po’ no.

Non ci resta che chiedere questa grazia, umilmente, credendo che noi non conosciamo l’Amore, non sappiamo com’è e dobbiamo impararlo come bambini, perché quest’Amore, in questo modo, non lo conosciamo.

 

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