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Punto luce febbraio 2018

Carissime carissimi tutti,

il mese di febbraio segna l'inizio della Quaresima, tempo di conversione, mi sembra questo un periodo particolarmente adatto per rimettere a fuoco il senso profondo della nostra vocazione cristiana, come chiamata alla santità in comunione con Maria.

Il capitolo quarto (pp. 34 - 38) del mio libro Maria, incanto e mistero potrà aiutarvi ad andare più in profondità in questa meditazione; gli slogan:

"Amo la Chiesa in mia Madre"

"Ama tutti e ciascuno col cuore di Maria"

illumineranno il percorso di questo mese unitamente all'inno "Amo la Chiesa" (pp. 134-135), che vi invito a vivere dilatando il vostro cuore sulla Chiesa e sull'umanità.

Ricordiamoci che se contribuiremo a rendere bello il particolare della Chiesa e dell'umanità, in cui Dio ci chiama a vivere e ad operare, in tal modo contribuiremo a rendere bella la Chiesa intera, come, a suo tempo, il naso della "Pietà" restaurato ha ridato bellezza all'intera "Pietà".

La nostra vocazione cristiana vissuta in comunione con Maria dilata il nostro cuore sugli altri, facendoci capaci di generare, nello Spirito, Cristo nei cuori e nella comunità unita nel suo nome.

Siamo chiamati a vivere in un posto particolare del mondo, ma sapendo che col nostro amore possiamo agire e influire positivamente sull'intera Chiesa e su tutta l'umanità.

Restandovi unita in questa avventura

sr. Nunziella

 

MARIA E LA CHIESA

Essere Madre di Cristo, in Maria, è la vocazione della Chiesa e di ogni suo membro.

Siamo chiamati ad avere un rapporto con Maria personalmente e insieme, lo Spirito ci darà di amare col suo cuore e parteciperemo della sua maternità.

Potremmo dire che la Chiesa prolunga, nel tempo, nei riguardi del Cristo, la funzione della Madre nei riguardi di Gesù, non per niente Maria è la Madre della Chiesa, che in lei è tutta, in qualche modo, sintetizzata ed espressa; siamo chiamati a vivere con Maria e a generare Cristo in noi e fra noi; è possibile, se, nello Spirito, accogliamo, ogni momento, l'Amore e amiamo ogni prossimo, facendo sempre e ovunque la volontà di Dio; Cristo continuerà così a crescere fino a che sarà tutto in tutti (cfr. Col 3,11) e la maternità di Maria, perpetuata nella Chiesa e in ogni suo membro, sarà il volto umano e visibile della tenerezza del Padre celeste.

«E il Verbo si fece carne» (Gv 1,14) in Maria, e il Verbo si fa carne in noi, come dice Isacco della Stella:

«Maria e la Chiesa sono una sola e molte madri, una sola e molte vergini. Ambedue madri, ambedue vergini, ambedue concepiscono per opera dello Spirito Santo senza concupiscenza, ambedue danno al Padre figli senza peccato. Maria senza alcun peccato ha generato al corpo il Capo, la Chiesa nella remissione di tutti i peccati ha partorito al Capo il corpo.

Tutt'e due sono madri di Cristo, ma nessuna delle due genera il tutto senza l'altra.

Perciò giustamente nelle Scritture […] quanto si dice d'una delle due, può essere inteso indifferentemente dell'una e dell'altra.

Anche la singola anima fedele può essere considerata come Sposa del Verbo di Dio, madre figlia e sorella di Cristo, vergine e feconda» (Isacco della stella, Discorso 51).

Nel rapporto tra il Verbo incarnato e la Vergine Madre ci imbattiamo nella relazione umana, che più ha espresso e manifestato la vita della Trinità sulla terra. Tutto, nella vicenda terrena di Gesù e di Maria, è trasparenza di Dio...: la Madre di Dio ed il Dio in carne... rivelazione di Dio comunione... unità nello Spirito...!

San Luigi M. Grignion di Montfort afferma che non è possibile per noi prescindere da Maria: Dio avrebbe potuto benissimo farne a meno, ma, di fatto, non ha realizzato l'Incarnazione senza di lei, ciò significa che, se ha fatto così, non cambierà mai e farà così per tutta l'eternità. Mi piace pensare che, ancora oggi, Gesù continua a restare presente in noi e fra noi per mezzo di Maria, misticamente presente nei suoi figli e figlie.

In Gesù e in Maria è già, in germe, la Chiesa intera: Capo e corpo, lì è Cristo e lì è la Sposa, perché lì c'è espressa, in Maria, l'umanità-sintesi. Nel rapporto tra Gesù e la Madre, non c'è l'inizio della Chiesa, ma è, per così dire, contenuta la Chiesa, che si dispiegherà nel tempo.

Guardare a Gesù e a Maria è intuire la Trinità.

Contemplare Dio è entrare in rapporto con le tre Persone divine e volgere, contemporaneamente, lo sguardo sulla Chiesa unita nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. È l'Unitrinità: Dio è uno e trino e ci partecipa la sua vita trinitaria, nel Verbo incarnato, per Maria.

Come la presenza di Gesù fra noi si può riconoscere dagli effetti di grazia e di luce, che sperimentiamo quando siamo uniti nel suo nome, così si può riconoscere la presenza di Maria in mezzo a noi dagli accenti di tenerezza materna, che vibrano nei nostri cuori, quando, uniti nel nome di Cristo, accasiamo, in noi e fra noi, la Madre, diventando, insieme, comunità, quasi unica madre, che genera Cristo fra noi.

Siamo chiamati a vivere la vocazione mariana e materna della Chiesa, donandoci a Maria personalmente e insieme, fatti uno dall'amore scambievole, solo così nascerà una Chiesa viva, che abbia il carattere della marianità; essa sarà una mistica presenza di Maria, capace di dare Gesù al mondo.

Siamo chiamati ad essere Maria per Gesù, a generare cioè, nello Spirito, il Cristo, in tutte le epoche, fino alla fine dei secoli; l'Incarnazione, per così dire, si perpetua in noi.

Maria è immacolata, perché preservata dal peccato fin dall'inizio, noi, se ci apriamo alla grazia, saremo immacolati in forza della redenzione: è il cammino di santità che tutta l'umanità è invitata a fare al di là della sua consapevolezza. Non c'è altra strada per arrivare a Dio.

Se ci apriamo all'azione dello Spirito Santo, in un autentico cammino evangelico, non tarderemo a sperimentare che ogni maternità e paternità viene da Dio; è, in qualche modo, partecipazione alla generazione del Figlio da parte del Padre ed è, per così dire, racchiusa in Maria. Uomini e donne, tutti siamo chiamati a vivere in comunione con la Vergine Madre per generare, nello Spirito, Cristo in noi, fra noi, negli altri.

Amare così è, allora, essere se stessi, è ritrovare il proprio equilibrio originario, è risanare le ferite inflitte dalle conseguenze del peccato originale; amare è risalire, con Maria e in Maria, una china, nella quale siamo caduti, sù, sù, fino a trovare l'armonia della nuova creazione, dove la relazione più perfetta rivelatrice di Dio è quella di Gesù con la Madre, nella quale tutti noi siamo espressi e, in qualche modo, contenuti.

Maria assunta in Cielo, in anima e corpo, indica la nostra meta: quella dell'umanità redenta, pienamente liberata.

Quando sarà asciugata ogni lacrima e la morte sarà vinta per sempre, anche noi sperimenteremo la vita senza fine di cui già la nostra Mamma celeste gode ineffabilmente, ponendosi come primizia di quello che ci attende. Questa è la splendida sorte e l'eredità toccata anche a noi, in forza della redenzione operata da Cristo Signore.

Se il Figlio di Dio non si fosse incarnato e non fosse morto in croce per noi, non avremmo avuto la stupenda possibilità di accogliere in noi lo Spirito Santo, che con la sua soavissima presenza ci illumina e vivifica, conducendoci sulla via della santità fino al godimento di quella vita beata, che è già di Maria e che noi intravediamo a volte sulla terra quando ci amiamo profondamente e di vero cuore come Cristo ci ha comandato di fare.

 

 

Il testo proposto per il punto luce di gennaio è tratto dal II capitolo del testo di sr. Nunziella, Maria incanto e mistero, Effata 2016, di seguito riportato.

 

 

DIO MANDÒ IL SUO FIGLIO, NATO DA DONNA (Gal 4,4)


Questi è il Figlio mio, l'amato:in lui ho posto il mio compiacimento (Mt 3,17)

Figlio del Padre celeste, nella Trinità, Gesù è anche Figlio di Maria, resa, in qualche modo, partecipe della paternità del Padre.
Dio ha tanto amato il mondo da inviare, nella «pienezza del tempo, […] il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4).
L'amore del Padre si esprime nella tenerezza materna di Maria per Gesù.
Dio stesso ha preparato Maria alla sua singolare missione; da tutta l'eternità, per venire nel mondo, è su questa Vergine che Dio ha posto il suo sguardo.
Col Padre anche Maria può dire di Gesù: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (Mt 3,17).
Amando suo figlio, Maria ama il suo Dio; porta nel suo seno colui che vive, eternamente, nel seno del Padre: Maria porta Gesù, ma Gesù porta Maria nella Trinità. La Vergine ama il Figlio di un amore materno, che riflette quello del Padre per il suo Unigenito; ella apprende a contatto col Figlio l'insondabile mistero della Trinità.
Il concepimento e la nascita verginale di Gesù sono, per così dire, l'estensione nel tempo dell'eterna generazione del Figlio nel seno del Padre. Si potrebbe dire, con sant'Agostino, che nella Trinità il Figlio è generato da un Padre senza madre e quaggiù da una Madre senza padre. (CFR. SANT'AGOSTINO, Discorso 375/C, 7)


Gesù cresceva in sapienza, età e grazia… (Lc 2,52)

Gli anni della vita nascosta a Nazareth vedono il dispiegarsi della relazione di Maria con Gesù nella semplicità della quotidianità.
La Vergine Madre traduce in afflato umano la bontà e la tenerezza del Padre celeste per il suo Unigenito; così Gesù può ritrovare, in un certo senso, nella Madre l'amore del Padre e si lascia plasmare da lei per imparare ad amare, col suo cuore di uomo, il Padre celeste, che ama, divinamente, da tutta l'eternità. Non per niente la Scrittura ci dice che «Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).
Incarnandosi per farci figli di Dio in lui, Gesù resta Figlio; la sua obbedienza e il suo amore per Maria sono quasi la trasposizione, sul piano umano, di ciò che costituisce la sua identità di Figlio, nella Trinità.
Al seguito di Gesù, nessun cristiano può, allora, sfuggire all'obbedienza, ciò significa che non esiste una comunità che voglia vivere una vita di comunione e di unità, senza che ci sia chi faccia da «padre-madre» nella dinamica relazionale.
Una comunità autenticamente umana, oltre che cristiana, non si può costituire senza relazioni trinitarie: dove c'è amore si è uguali in dignità, ma non nei compiti e nei ruoli da svolgere.
Cristo Signore viene a renderci partecipi di tale vita trinitaria. In Gesù tutti siamo chiamati a partecipare alla stessa esperienza di Maria col suo Figlio unigenito.
Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano (Lc 11,28)
Dopo i trent'anni della vita nascosta vissuta a Nazareth, Gesù inizia la sua predicazione per le strade della Palestina; nel corso dei tre anni della vita pubblica, Maria lo segue da lontano per riapparire alla fine sotto la croce.
Un brano del Vangelo di Luca getta luce sul rapporto della Madre col Figlio. Una donna del popolo, piena di ammirazione per Gesù esclama: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato - Gesù risponde: - Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11,27-28).
Maria non è tanto grande perché ha generato Gesù, quanto perché ha vissuto la Parola di Dio, è tutta Parola di Dio, al punto tale d'aver generato Gesù, che è il Verbo di Dio.
Se sulla croce Gesù è la Parola pienamente spiegata e rivelata a noi, Maria è la Parola interamente accolta e tradotta in vita.
Anche noi siamo chiamati a nutrirci ogni giorno della Parola di Dio, per diventare, per così dire, parole nella Parola.


Ecco tua Madre (Gv 19,27)

La vita della Vergine Madre si può sintetizzare in una sola parola: fiat; tutto il suo itinerario terreno è incastonato tra il fiat dell'annunciazione e il fiat della desolazione sotto la croce.
Quando, sul Calvario, il Crocifisso grida il suo abbandono: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46), in quel momento appare solo uomo; non è vero che il Padre lo abbandona, ma egli si sente senza il Padre, al punto tale che lo chiama Dio, e senza la Madre: l'ha data a Giovanni.
All'abbandono di Gesù, fa eco l'abbandono di Maria: anche lei, a ragione, rivolta al Figlio, può dire: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Nel Verbo incarnato, umiliato e crocifisso ingiustamente, si manifesta nella carne l'infinita «maternità» del Padre. Il Crocifisso è, per così dire, madre di sua Madre: la genera immacolata. Il grido dell'abbandono di Gesù sulla croce può considerarsi il grido del parto dell'Uomo-Dio, che genera la nuova creazione e in particolare Maria, Madre della Chiesa.
Maria nasce dal Crocifisso, è immacolata in vista di lui.
Sul Calvario, Gesù, rivolto alla Madre, indicando Giovanni, dice: «Ecco tuo figlio» (Gv 19,26), quasi a dirle: «Mi ritroverai, in Giovanni»; Maria, infatti, da quel momento, ritroverà la presenza del Figlio in tutti i suoi figli, figli nel Figlio, sarà la Madre di tutto il Corpo mistico e di ciascuno.
La Vergine Madre, associata alla croce, in una compassione che fa di lei la Corredentrice con Cristo, Vergine Sposa, si pone così, quale nuova Eva accanto al nuovo Adamo, all'inizio della nuova creazione; non per niente, a differenza di tutti gli altri santi, il cui corpo rimane in terra e si decompone, le cui reliquie possiamo trovare in tanti posti della terra, Maria è stata assunta in cielo in anima e corpo, unita a Gesù nella passione, lo è stata anche nella gloria.
Se Gesù crocifisso dice a Giovanni: «Ecco tua madre» (Gv 19,27), ciò significa che la strada perché la redenzione diventi efficace in noi è Maria, che tutta la grazia del Cristo passa a noi attraverso lei, mediatrice di tutte le grazie; ciò significa, anche, che, se non prendiamo, come Giovanni, a casa nostra, Maria, non sarà facile per noi arrivare a Gesù.
Maria esprime la nostra vocazione, il rapporto che anche noi siamo chiamati ad avere con Cristo Gesù, in lei e con lei.


Maria assunta in Cielo

La Vergine assunta in cielo, partecipe della gloria di Gesù risorto, diventa la presenza universale di una maternità, che abbraccia tutti e ciascuno.
Ai piedi della croce, Maria accoglie in Giovanni l'umanità intera, dilatando il suo cuore alla dimensione della maternità universale, ma solo dopo l'assunzione sarà resa partecipe della vita divina e diventerà intima a ciascuno di noi.
La presenza di Maria assunta è un mistero avvincente, inimmaginabile, tutto da scoprire; la Vergine può, oggi, esercitare la sua maternità in relazione a ciascuno di noi, ovunque e dappertutto; associata alla stessa gloria di Gesù risorto, partecipa anche col corpo alla vita di Dio, ciò significa che è presente ovunque c'è un suo figlio o una sua figlia; è presente col corpo e con l'anima, non si tratta della stessa presenza dei santi, nessuno di essi ha questo privilegio, per Gesù e per Maria, invece, il mistero si è compiuto; tutta la gloria futura di tutta la creazione parteciperà della loro gloria.
Non possiamo entrare in comunione con Gesù senza essere resi, in qualche modo, partecipi del rapporto di Maria con Gesù, come figli con la propria Madre; la sua presenza materna, in corpo e anima, accanto a ciascuno di noi, è una realtà che ci avvolge, sia che ne siamo consapevoli, sia che non lo siamo; con lei il cammino della vita diventa più agevole.

Punto luce dicembre 2017

Carissime e carissimi tutti,

vorrei inoltrarmi con voi in una meditazione, che ci aiuti ad approfondire la nostra vocazione cristiana come vocazione mariana. Riconoscere Gesù presente in ogni prossimo come “Figlio”, come l’ “Unigenito” ci fa capaci di amare col cuore di Maria, origine e fonte di ogni maternità e paternità; in comunione con lei, guidati dallo Spirito, siamo chiamati a diventare madri e padri di coloro che Dio ci affida. Amare così ci domanda di non entrare genericamente in contatto con l’insieme, ma con la persona, con ogni persona che incontriamo nel presente.

Solo Maria e lo Spirito Santo possano guidarci su questa strada, che “marianizzandoci” ci fa capaci di “generare” Gesù nei e fra i cuori.

Andiamo, allora, avanti insieme in questo cammino di santità che è via di Bellezza.

Il testo che segue, nel quale accenno anche alla mia esperienza personale, spero possa esservi di luce in questo cammino.

Restandovi unita, in Gesù e Maria,

sr. Nunziella

 

LA MADRE

Se viviamo, intensamente, la nostra vita cristiana, tutti, indistintamente, uomini e donne, siamo chiamati ad amare in modo da generare Cristo nei e fra i cuori. In comunione con Maria, tutto di lei ci viene, gradualmente, partecipato, in un certo modo, persino nella nostra corporeità, e diventiamo, un po' per volta, vergine madre; veniamo, per così dire, liquefatti in lei, ci sciogliamo al calore dello Spirito…, ma questo non è frutto di virtù. La maternità umano-divina della giovinetta di Nazareth ci viene partecipata, …è quanto anch'io ho sperimentato: mi sono ritrovata un giorno a sentire vibrare un cuore di madre nella piccolezza della mia persona; ho intuito qualcosa di quell'abisso di tenerezza che è il rapporto tra Gesù e Maria, ho percepito lei in me e me in lei, ho così imparato ad amare il Figlio col cuore della Madre, in comunione con lei; l'incontro con ogni prossimo è diventato per me l'incontro col Figlio, con l'Unigenito: Cristo Gesù.

In Maria, istruita da lei e dallo Spirito, ho scoperto così la mia vocazione cristiana come vocazione mariana: quella di essere madre di Gesù, piccola accanto a Maria, anche se in lei, piccola perché il Calvario era per me ancora lontano ed ero, per così dire, immersa nell'incanto di Nazareth…, in un tripudio di gioia e di trepidazione, ho allora osato chiamare Gesù: «Figlio mio!».

«Chi fa la volontà del Padre mio, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). Chiamare Gesù: «Figlio mio!», ha significato riconoscerlo tale in ogni persona, a cominciare da coloro che Dio mi metteva accanto; da quel momento è cambiata la relazione col mio prossimo. Altro è, infatti, amare Cristo presente in ciascuno, altro è amare il proprio «unico Figlio», in ogni persona che Dio ci fa incontrare.

Maria non ha tanti figli, ma uno solo, l'Unigenito, e ogni figlio è unico nel Figlio.

Dallo Spirito veniamo resi capaci di attingere a quell'oceano di tenerezza con cui quest'amabile Madre ama ciascuno.

«Chiedendo a Maria di trattare il discepolo prediletto come suo figlio, Gesù […] vuole dare alla maternità di Maria la più grande estensione. Sceglie perciò Giovanni come simbolo di tutti i discepoli che egli ama. […] Inoltre, dando a questa maternità una forma individuale, Gesù manifesta la volontà di fare di Maria non semplicemente la madre dell'insieme dei suoi discepoli, ma di ciascuno di loro in particolare, come se fosse il solo suo figlio, che tiene il posto del suo unico Figlio» (San Giovanni Paolo II).

Come il Verbo ha assunto tutta l'umanità, perché è diventato veramente un uomo preciso, storicamente individuabile, così Maria è madre di tutti, perché è stata madre di uno solo: Gesù…, per lei l'unità col Cristo storico è la finestra spalancata sul Cristo mistico, ritrovato ancora in una persona concreta: Giovanni.

«È essenziale della maternità il fatto di riferirsi alla persona. Essa determina sempre un'unica e irripetibile relazione fra due persone: della madre col figlio e del figlio con la madre. Anche quando una stessa donna è madre di molti figli, il suo personale rapporto con ciascuno di essi caratterizza la maternità nella sua stessa essenza. Ciascun figlio, infatti, è generato in modo unico e irripetibile e ciò vale sia per la madre che per il figlio. […]

Si può dire che la maternità "nell'ordine della grazia" mantenga l'analogia con ciò che "nell'ordine della natura" caratterizza l'unione della madre col figlio. In questa luce diventa più comprensibile perché nel testamento di Cristo sul Golgota la nuova maternità di sua madre sia stata espressa al singolare, in riferimento ad un uomo: "Ecco il tuo figlio"»(San Giovanni Paolo II).

Si comprende perché non sia possibile partecipare alla maternità di Maria verso il Cristo mistico fuori dal rapporto concreto col prossimo che incontriamo.

La parte è tale se, per così dire, è il tutto, se sta in relazione con l'insieme e lo rende presente: se vedo un ramo di un albero da una finestra, dico: «Là c'è un albero!». Ogni uomo, ogni donna è sacramento del Cristo totale: in ogni prossimo non incontriamo un «figlio», ma il Figlio; eppure è anche vero che entriamo in relazione con una persona precisa, segnata da determinate caratteristiche, con cui dobbiamo metterci in relazione in modo adeguato e non generico e uguale per tutti. Solo così, possiamo attingere al mistero totale, diversamente la conoscenza esperienziale del Dio incarnato ci sfuggirà per sempre.

Quando ci diamo a Maria, consacrandoci a lei interamente: corpo, anima, facoltà, doni di natura e di grazia, allora questa Madre dolcissima si dà a noi, a ciascuno di noi, e ci dà, per così dire, il suo cuore, per amare il Figlio presente nell'Eucarestia, …nel prossimo, …nell'umanità, …ovunque e sempre.

Se Gesù può dire di sé: «Chi vede me, vede il Padre mio» (cfr. Gv 14,9), la Vergine può quasi dire di sé: «Chi vede me, vede lo Spirito Santo», dato il suo inscindibile rapporto col Paraclito. Per essere Maria, dobbiamo, allora, farci servi dell'Amore, che è lo Spirito, restando, in qualche modo, nascosti e conosciuti solo da Dio, amando in lui, tutti e ciascuno.

Siamo chiamati ad amare coloro che Dio ci affida e le persone che incontriamo con un cuore di madre, facendoci quasi vivere da Maria; in lei e con lei, lo Spirito Santo ci darà di amare con l'Amore, generando Gesù nei e fra i cuori.

sr. Nunziella Scopelliti, Maria, incanto e mistero, Effatà 2016, 45-48.

LASCIARSI VIVERE DA MARIA

Per tanto tempo, nella tradizione cristiana, la Madonna è stata vista come un modello da imitare, compendio di ogni santità, pienezza di ogni virtù. Una simile concezione, ancorata ancora al piano etico, ha rischiato di porre la vita cristiana in una tensione morale dipendente ancora dai nostri sforzi personali, senza agevolare sempre l'entrata nell'esperienza di Dio «per Maria»; altro è, infatti, imitare il modo di essere della creatura più perfetta che sia mai esistita, altro è farci vivere da lei.

Si tratta di porsi in un atteggiamento interiore di perfetta accettazione di sé e dei propri limiti, che, nell'attuazione del «rinnega te stesso» evangelico (cfr. Mt 16,24), predisponga la persona a darsi interamente a Maria come sua «schiava»[1], secondo san Luigi Maria Grignion di Montfort, o sua «cosa» o «proprietà»[2], secondo san Massimiliano Maria Kolbe…

Corpo, anima, facoltà, doni di natura o di grazia, tutto va dato a questa Madre dolcissima, perché ne usi liberamente, perché sia lei ad agire in noi e non più noi. Un atto di consacrazione così pieno e assoluto presuppone, però, una presa di coscienza del mistero di Maria e del suo ruolo nella storia della salvezza.

Maria non può comprendersi senza comprendere Dio, di cui è perfettissima immagine creata, e Dio è Amore.

Lasciarci vivere da Maria è dono di grazia; possiamo soltanto predisporci a ricevere un simile favore, ma niente di più - «Ogni dono perfetto viene dall'alto» (Gc 1,17) -; se, però, Dio si degna concederlo, allora si apre per l'anima un orizzonte sconfinato, il cammino si fa agevole, le prove diventano giogo soave. Occorre, però, essersi determinati, in modo inequivocabile, per l'Amore, che solo fa comprendere il mistero di Maria. Non si tratta di fare la nostra parte, pronti a perdere ogni nostro piano, ogni nostro progetto davanti all'intervento di Dio che ci supera, ma di aderire all'Amore nel silenzio di noi.

Dobbiamo lasciarci portare dalla grazia, essere vuoti interiormente, poveri di spirito, vivendo il nulla di noi continuo, senza progetti, senza pensieri, senza nemmeno il "nostro" amore per Dio, perché egli viva in noi; così si diventa Maria: è il dono di sé totale esigito dall'amore, che Gesù crocifisso ci ha rivelato nel suo abbandono sulla croce.

Dio non va amato col nostro amore, ma con l'Amore. Da noi stessi non possiamo neanche dire: «Padre»… e l'Amore è una Persona: è lo Spirito; non c'è, allora, strada più veloce per amare Gesù, se non quella di affidarci all'Amore stesso: al Paraclito; è, però, difficile per noi l'accesso diretto allo Spirito, senza una quasi personificazione sensibile che ce lo riavvicini; è così che la mia anima, agognando a una profonda relazione con Gesù, intuendola nello Spirito, si è imbattuta in Maria. In quel momento la mia vocazione si è illuminata e mi sono scoperta chiamata a essere Maria per Gesù. Il mondo mi è apparso come un grande deserto, in cui c'erano solo Gesù e Maria e in loro tutta l'umanità e tutto il cielo con la Trinità.

La Vergine è, per così dire, la relazione con Gesù, in lei lo Spirito ama il Figlio con accenti di umana tenerezza; in lei è il senso di una vera unità con Dio e con l'intera umanità.

In Maria e con Maria, siamo tutti chiamati a vivere la comunione con Cristo presente in ogni prossimo, amandolo come l'Unigenito; essere Maria per Gesù è, allora, il senso profondo della nostra vocazione cristiana.

Un'ulteriore spiegazione di questa intuizione potrebbe essere questa: Maria, dopo la morte e la resurrezione di Gesù, resta nel mondo, portando il Figlio nel suo cuore; nessuno come lei sa dove trovarlo: nell'Eucarestia, nella Parola, in Giovanni, negli altri apostoli e discepoli.

La Desolata cerca suo Figlio, lo ama in ciascuno dei suoi fratelli e sorelle, è la sposa del Cantico che grida: «Ho cercato l'amore dell'anima mia» (Ct 3,1), prendendo dentro questo amore per lui tutta l'umanità: è Maria per Gesù.

Ancora oggi Maria, vivente in chi si lascia marianizzare dalla sua presenza, cerca suo Figlio in ogni prossimo e nell'umanità piagata del nostro tempo e ingloba tutti e ciascuno in questa sua relazione con Gesù: è Maria per Gesù.

All'amore della Madre risponde quello del Figlio: egli è per lei; ci è lecito supporre che, sotto la croce, egli le abbia affidato Giovanni per poter avere ancora, accanto a sé, la Madre nel suo Corpo mistico, nei suoi, là dove egli sarebbe stato da allora in poi.

Gesù, presente in ogni uomo e in ogni donna di ogni tempo, vuole ancora oggi la Madre accanto a sé.

In noi la Vergine Madre vive la sua mistica maternità verso il Cristo totale.

La percezione di questa realtà mi ha rivelato il ruolo di Maria come Mediatrice tra noi e Gesù; è stata per me una grazia intuire questa sua funzione ed impostare, a partire da essa, il mio cammino spirituale.

«Persa» nella Vergine Madre, quasi «inghiottita» da lei, ho provato a fissare il mondo da dentro gli occhi di Maria, guardando l'invisibile, come lo vede lei; il mio cuore ha cominciato a battere immerso nel suo e ho compreso che amare da discepola è ben diverso che amare da madre. Se, per esempio, guardo il prossimo con l'amore di una discepola, vedo in lui Gesù, ma se lo guardo da dentro gli occhi di Maria, con lo sguardo di lei, dico: «Ecco mio Figlio!»; così, se ammiro un albero o un fiore, con la riconoscenza di una figlia di  Dio, posso pensare che sono stati creati in dono per me, ma se li guardo da dentro gli occhi di Maria, posso dire loro: «Sarete ricapitolati in Cristo, Figlio mio».

Ho così imparato a lasciarmi vivere da Maria, momento per momento.

È bello affidarsi a questa incomparabile Madre, perché ci conduca, passo passo, nel nostro cammino, guardando persone e cose da dentro i suoi occhi; se così faremo, vedremo che la prospettiva della nostra vita cambia e scopriremo che cosa vuol dire amare tutti e ciascuno con un cuore di madre fino ad essere Maria per Gesù, partecipi della sua esperienza di vita, tutta ordinata a Cristo Gesù.

 

[1] Cfr. san Luigi M. Grignion di Montfort, o.c..., n. 55.

[2] San Massimiliano Kolbe, Chi sei, o Immacolata?, Ed. Monfortane, Roma 1982, p. 72.

INNO ALLO SPIRITO SANTO
O Spirito Consolatore,
tu m'inebri d'amore,
vibra il mio cuore
con gemiti ineffabili,
tutta di te mi beo,
gusto delizie nuove;
ti percepisco in me
presenza amante
e arcano mistero.
Io t'amo, mio Dio.
Soffio vitale,
vento risanante,
tenerezza increata,
ti intuisco e contemplo
nel volto materno
di Maria, Mamma
tenerissima;
il suo amore
mi svela il tuo,
dolce Paraclito!
Amore increato,
tu sei in me e mi conduci,
sei ardente come il fuoco,
lieve come la brezza,
soave come una madre,
palpitante come il cuore
della Vergine Madre
che di te
è trasparenza
e incomparabile
riflesso.
Spirito Santo, vieni,
vivificami,
santificami,
animami,
trasformami,
introducimi nella Trinità,
in Cristo Gesù,
mio Signore.

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