Palermo, 17 maggio 1998

Io sono una suora della Chiesa Cattolica e, in tal senso, sono una suora della mia famiglia religiosa; appartengo, prima di tutto e essenzialmente, al corpo di Cristo (cfr. Cost. art. 3).

Anche le istituzioni e le strutture carismatiche delle varie famiglie religiose e dei vari movimenti ecclesiali, in tanto servono, nella misura in cui sostengono e mettono insieme delle persone che amano e sono Chiesa.

La forma che l'Amore riveste nei carismi dei vari santi non è così importante come lo stesso Amore, che ne è la sostanza. Chi guarda con fede le varie opere di Dio della Chiesa può vedere in S. Teresa d'Avila la presenza di Gesù che si ritira in disparte a pregare, in S. Ignazio il volto di Cristo obbediente fino alla morte di Croce, in S. Francesco l'aspetto della povertà, in S. Vincenzo la carità... Pregare, obbedire, distaccarsi da quanto si possiede, guarire, aiutare, sono dimensioni diverse della vita del Salvatore. In ogni carisma è la persona di Cristo, che dà senso al resto.

Ecco la molteplicità dei doni dello Spirito, espressione dell'insondabile ricchezza di Cristo Signore perpetuata nella sua Chiesa. Tuttavia quanto è facile che tali carismi perdano il loro splendore a causa della debolezza umana, che può rendere opaca la presenza di Dio negli stessi figli e figlie dei vari fondatori e fondatrici! Succede per le famiglie religiose, succede per le varie associazioni e movimenti. Non è facile vivere nella stessa lunghezza d'onda dei santi e delle sante di tutti i tempi. Quanto è difficile poi percepire l'indissolubile unità della Chiesa! Si sa teoricamente, intellettualmente, ma spesso in pratica si rischia di interessarsi unicamente alla propria famiglia, alla propria parrocchia, al proprio movimento, al proprio Istituto religioso. Ci si rinchiude nelle propria realtà, spesso anche nel "proprio" patrimonio spirituale, togliendogli così quello che gli è proprio: il fatto di essere un'espressione della vita di Gesù Cristo inseparabile e inspiegabile senza le altre sue manifestazioni all'interno del Corpo mistico. Un carisma, in un certo senso, non può neanche comprendersi se non in comunione con gli altri; non si può vivere, in modo specifico, una dimensione del mistero del Cristo, senza amare e aprirsi per così dire a tutto il mistero, all'intera statura del Cristo. Anche nel momento in cui chiede l'acqua alla Samaritana, il Messia è interamente se stesso, in tutta la sua persona: in ogni gesto c'è lui totalmente e non parte di lui.

Come fare per vivificare la Chiesa, per infonderle quest'anima?

L'umanità non ha bisogno di una religiosa in più, né di un movimento in più, ha bisogno di Cristo, ha bisogno di persone che "amano" all'interno di qualunque istituzione, all'interno della famiglia naturale che è in crisi, degli istituti religiosi, dei movimenti antichi e moderni, i cui membri non sempre è facile mettere insieme nelle parrocchie, nelle diocesi, nel territorio.

Se siamo convinti/e della necessità e dell'urgenza di quest'amore per il bene della Chiesa, nonostante i nostri limiti, non ci sembrerà un'utopia passare la nostra vita solo a voler bene coloro che incontriamo, a qualunque nazione o popolo, a qualunque istituzione o gruppo appartengano, per far loro sperimentare la possibilità di essere amati solo per amore, senza interessi o ragioni, solo per "essere Chiesa viva".

Sarà allora facile che, con l'aiuto della grazia di Dio, non ci limiteremo ad amare i vari prossimi con cui veniamo in contatto, faremo anche in modo che si amino fra loro, così la comunione, che viene dall'Amore, dilagherà, diventando un cammino comune di santità capace di unire persone e gruppi.

Palermo, 24 maggio 1998

Oggi vado meglio prendendo coscienza che alla nuova fondazione non sono giunta spinta dal desiderio di dare inizio a una nuova forma di vita consacrata nella Chiesa, quanto dalla percezione di una nuova visione dell'Amore, di Dio Trinità, che mi ha portata a riscoprire i fondamenti della vita cristiana ed ecclesiale, prima ancora che quelli della vita religiosa, in un'ottica di comunione, inglobante in sé anche un nuovo modo di vivere e concepire i voti, più centrato sull'amore reciproco, sulla comunità unita nel nome di Cristo e aperta al resto della Chiesa e dell'umanità.

Per più di vent'anni non ho mai pensato di fondare un Istituto religioso, convinta che la Chiesa avesse già abbastanza opere e istituzioni non di rado soggette ai limiti e alle pecche delle realtà umane. Ero convinta che per il rinnovamento auspicato dal Concilio bisognasse, piuttosto, vivificare e infondere la "linfa dello Spirito", cioè l'Amore, nelle antiche e nuove istituzioni.

Il "dono" datomi da Dio e il mio conseguente impegno di vita era però del tutto inconsueto e originale rispetto all'Istituto religioso in cui mi trovavo e non è stato, di fatto "integrato" e accolto all'interno di quella struttura, così la Chiesa ufficiale, intervenendo e facendo un adeguato discernimento, si è mostrata benevola e pronta ad approvare la nascita di una nuova famiglia religiosa: "culla" necessari per permettere a una nuova "grazia" dello Spirito di esprimersi e operare a favore della Chiesa e dell'umanità.

Fondare ha significato per me seguire le indicazioni della volontà di Dio e della Chiesa attraverso le circostanze anche difficili in cui mi sono venuta a trovare; per questa strada ho anche espresso la mia fedeltà alla vocazione all'Amore, a cui Dio mi ha chiamata.

Oggi non mi resta che vivere, vivere, vivere, compiendo l'opera e la missione che il Signore mi affida.

Palermo, 25 maggio 1998

Non è da dire che lo spirito del Bell'Amore si rivolga solo alla Chiesa, frequenti sono i miei richiami, anche nelle Costituzioni, alla società e alle istanze umane. L'ottica trinitaria e mariana è foriera di un contributo culturale capace di dare una visione dei vari campi del sapere e della vita sociale ricompresi a partire dai loro inscindibili nessi e dal loro rapporto col mistero di Dio-Trino e di Cristo Signore.

Non si tratta solo di essere in comunione, ma anche di contribuire al formarsi di una cultura di comunione, che informi di sé le varie discipline, che influenzi la politica e l'economia, le scienze umane e la teologia... La prospettiva rimane, però, sempre escatologica. Il regno di Dio è dentro di noi (cfr. Lc 17,21), la comunione è un dono e un mistero; quaggiù è possibile vederla e viverla solo "come in uno specchio" (1Cor 13,12).

Palermo, 12 luglio 1998

Nello spirito del Bell'Amore la qualità mariana della comunione ecclesiale, autenticamente vissuta, è diffusiva per natura; in quest'ottica l'espansione apostolica non è tanto il frutto di un impegno personale, quanto dell'irradiazione della comunità unita intorno a Gesù e a Maria vivi e operanti in essa.

Palermo, 15 luglio 1998

L' "agave", che dà un solo fiore e poi muore, può essere una splendida immagine del disegno di Dio sul popolo d'Israele, sulla Chiesa, sull'umanità.

La fede del popolo ebraico si esprime e si compie in Maria. La fede della Chiesa culmina nell'Addolorata, che, ai piedi della croce, custodisce la speranza della Chiesa nascente.

Il culmine delle aspirazioni e delle attese dell'umanità trova la sua espressione più alta in Maria; è lei l'unico fiore sbocciato dal resto d'Israele; in lei la Chiesa offre al Redentore il suo "unico fiore"; in lei l'umanità di tutti i tempi sintetizza, in un "unico fiore, il compimento del suo destino intrinsecamente religioso.

Come l'agave muore fiorendo e solo allora raggiunge tutto il fulgore della sua bellezza, così, la storia di Israele si compie ed è contenuta in Maria, nel suo imprescindibile rapporto con Gesù, con Cristo, con la Chiesa.

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